L’uomo camminava per strada con passo rapido e sicuro, cercando di non perdere nemmeno un minuto. La sua mattinata era già stata nervosa di per sé. In una mano teneva una borsa di pelle con i documenti, e nella testa continuava a ripassare senza sosta l’incontro che lo attendeva.
Nella cartellina c’erano documenti importanti che non si potevano né sgualcire né, tantomeno, rovinare: contratti, copie autenticate, certificati con timbri, diversi originali.
Il cortile era comune, tranquillo; tra gli edifici di mattoni correva un sentiero stretto, vicino agli ingressi erano parcheggiate delle auto, sui balconi si stendeva il bucato, da qualche parte in alto si sentiva abbaiare un cane, ma l’uomo non ci fece caso.
Se qualcuno in quel momento gli avesse detto che tra un minuto sarebbe rimasto in mezzo al cortile fradicio dalla testa ai piedi e a gridare contro un cane, lui avrebbe solo liquidato la cosa con fastidio.
All’inizio sentì qualche goccia fredda sulla sommità del capo. Istintivamente l’uomo alzò una spalla, come se potesse trattarsi di pioggia o dell’acqua di un condizionatore. Un secondo dopo gli stava già cadendo addosso un vero e proprio getto. L’acqua fredda gli si riversò direttamente sulla testa, sul viso.

L’uomo indietreggiò di scatto, ma era troppo tardi. Il getto era troppo forte. In pochi istanti anche la sua borsa si inzuppò completamente.
— Ma vi state prendendo gioco di me?! — urlò quando il flusso gelido finalmente cessò.
Ansava pesantemente, fradicio fino all’osso, con i capelli incollati al viso. L’acqua gli colava dal mento, dalle maniche, dai bordi della borsa.
Per alcuni secondi l’uomo rimase immobile, incapace di credere a ciò che stava succedendo. Poi alzò lentamente lo sguardo.
Sul balcone del secondo piano stava un golden retriever. Accanto giaceva una bacinella di metallo rovesciata, dal bordo della quale cadevano ancora le ultime gocce. Il cane guardava in basso, proprio verso l’uomo, con la testa leggermente inclinata, come se cercasse di capire perché l’uomo laggiù fosse così arrabbiato.
La rabbia offuscò la vista dell’uomo.
— Oh, bestia pelosa! Sei completamente impazzito?! — gridò, scuotendo la borsa bagnata. — Sai cosa hai combinato?! E che ti venga… cane senza cervello! Chi ti tiene, poi?!
Il cane rispose con un forte abbaio. Poi un altro. Non era un abbaio spaventato né aggressivo. Era secco, insistente, quasi disperato. Ma l’uomo non lo capì.

— Basta, — borbottò con rabbia. — Adesso salgo e il tuo padrone mi pagherà tutto.
Si diresse rapidamente verso il portone. Lungo la strada, il cuore gli batteva forte per la rabbia. Già immaginava come avrebbe chiesto il risarcimento, come avrebbe costretto i proprietari a pagare i nuovi documenti, la lavanderia, la borsa rovinata.
Nella sua testa si formavano da sole frasi dure. Era certo che di sopra lo avrebbe accolto qualcuno di irresponsabile, che rideva di ciò che stava accadendo o non capiva nulla.
L’uomo salì in fretta al secondo piano, sentendo ancora l’abbaiare del cane. La porta dell’appartamento da cui proveniva il rumore era socchiusa. Non semplicemente aperta, ma spalancata, come se qualcuno fosse uscito di corsa o non avesse fatto in tempo a chiuderla.
Il cane non era più sul balcone, ma proprio all’ingresso, e abbaiava così forte che nel corridoio stretto il suono rimbombava. Vedendo l’uomo, il cane fece subito qualche passo indietro, poi lo guardò di nuovo e si precipitò in profondità nell’appartamento, come se lo stesse chiamando a seguirlo.
L’uomo stava per gridare di nuovo qualcosa di secco, ma le parole gli si bloccarono in gola.
Sul pavimento della stanza c’era una giovane donna. Era incosciente. Un braccio era piegato in modo innaturale sotto il corpo, accanto c’era un bicchiere rotto, e sul pavimento chiaro si allargava una macchia bagnata scura.

Il volto della ragazza era pallido, quasi grigio, le labbra leggermente socchiuse, e i capelli sparsi sul pavimento. Non si muoveva.
L’uomo rimase immobile sulla soglia. Tutta la rabbia svanì in un secondo, come se non fosse mai esistita.
— Dio mio… — sussurrò, e subito si precipitò da lei.
Il cane saltò più vicino, agitandosi nervosamente accanto a loro e guaendo piano. Ora era tutto chiaro. Quel cane non stava facendo il monello. Cercava di fermare il primo passante che aveva visto in basso.
Cercava in ogni modo di costringere qualcuno ad alzare lo sguardo, a fare attenzione, a salire.
Con mani tremanti l’uomo tirò fuori il telefono e chiamò i soccorsi. Poi si abbassò con cautela in ginocchio, cercando di capire se la ragazza respirasse.
Il respiro era debole, ma c’era.
— Resisti, mi senti? Resisti soltanto, — ripeteva, senza più capire se lo stesse dicendo alla ragazza o a se stesso.
L’ambulanza arrivò in fretta. Si scoprì che la ragazza si era sentita male in casa, aveva perso conoscenza, si era ferita cadendo e poi non era più riuscita a raggiungere né il telefono né la porta. Se non fosse stato per il cane, avrebbe potuto restare lì ancora per chissà quanto tempo.







